Il film documentario in francese assembla materiali propri e di repertorio che vanno dal 1968 al 1977.
Nella prima sequenza il vulcanologo Haroun Tazieff, autore del filmato, introduce l'Etna tramite voice over (che accompagnerà tutta l'opera). Ne presenta, attraverso una visione panoramica vedutista iniziale dalla piana di Catania e da altre aree alle pendici: la vegetazione, gli abitati e il lavoro sui campi. Tazieff illustra l'altezza del vulcano e ricorda il suo primato in Europa, la fertilità e le coltivazioni millenarie.
Le immagini descrivono poi l'area desertica oltre i 2000 metri, ripresa con delle panoramiche laterali che ne seguono il profilo più ripido rispetto alla sezione pianeggiante precedente. Allo stesso modo viene mostrata la valle del Bove, una profonda depressione ricoperta da innnumerevoli colate, disseminata da crateri secondari.
Il film è accompagnato da una sonorizzazione elettronica mixata talvolta ai suoni in presa diretta. Nell'introduzione della terza sequenza è introdotta l'attività effusiva sommitale con la discesa dei canali lavici. «Qui – precisa Tazieff – sotto il carapace (lo strato esterno raffreddato) recentemente solidificatosi fuoriesce la colata. Mentre poco più in alto, il magma proveniente direttamente dalle profondità, esplode sotto la forza dei gas che racchiude». Le inquadrature riprendono per questo in parallelo le attività notturne esplosive che ne evidenziano la dinamica e riproducono sonoramente l'emissione dei gas.
I frammenti successivi seguono poi la discesa del materiale e il ripetersi delle esplosioni. Qui Tazieff paragona le scorie, che si solidficano a poco a poco e scivolano sul flusso incandescente che le trasporta, come una «strana caravella di basalto immobile che sfila su questi torrenti ancora più strani». Le scene continuano a mostrare le varie dinamiche con cui ciò accade tramite i diversi livelli di raffreddamento, flusso e compattazione in alcuni punti.
Nella sequenza successiva sono visibili le emissioni nere e bianche dalla bocca nuova e da altri crateri. Tazieff informa che, anche se raro, grandi quantità di acqua sotterranea, o addirittura di neve, possono essere inghiottite all'interno delle aree in eruzione, facendo entrare in contatto il materiale con il magma incandescente. Ciò produce l'effetto, reso visibile, della produzione di una nube bianca.
Le esplosioni talvolta sono terrificanti e fanno ricadere molti lapilli. Alcune immagini in dettaglio, ripetute, ne mostrano la ricaduta sul suolo con il sollevamento di parti del terreno che ne mostrano la velocità e il peso. Altre inquadrature con zoom in e zoom out seguono le emissioni sommitali e il movimento di trasporto discendente di giorno in campo lungo e in dettaglio. Per secoli sui fianchi dell''«Etna gigantesco» si sono formati centinaia di coni satellite, come sulle pendici occidentali sopra i boschi nell'area di Bronte (filmate nel documentario). Qui il vulcano iniziò a «vomitare» in un solo giorno il materiale lavico con una tale «virulenza» che le bombe si accumularono per più di cento metri di spessore. Si susseguono nel frattempo delle esplosioni. Quelli che chiamamo 'fumi', precisa il vulcanologo, sono in realtà una miscela di vapore acqueo bianco, gas sulfurei bluastri e rocce polverizzate. La sonorizzazione in questo segmento lascia spazio al 'suono' in presa diretta e alle immagini delle emissioni esemplificative.
La sezione seguente mostra, da un'altezza media sull'Etna verso il basso (in prospettiva rispetto alla piana sottostante), alcuni dei crateri preistorici che secondo gli studi non si «risveglieranno» più. Ne vengono rappresentati altri, lungo i fianchi più in basso, mentre la musica si fa lieve (tramite l'uso di strumenti a corda) e poi bucolica. Le visioni sono immerse nel verde di vigneti, frutteti e coltivazioni in cui per Tazieff «regna il clima mite della Sicilia».
Alcune riprese aeree dall'alto riprendono Catania, la città più industriale ai piedi del vulcano. Alcuni scorci si calano dentro l'abitato fra le vie centrali in cui si muovono mezzi di trasporto, veicoli e persone. Momenti di vita quotidiana dei mercati locali sono strumentali per ricordare le centinaia di migliaia di cittadini che abitano nell'area. Tazieff sovrappone verbalmente la memoria dell'eruzione del 1669 che da Nicolosi, a un'altezza di 700 metri, distrusse parte della città giungendo in mare. Alle immagini moderne urbane si alterna un quadro vedutista in campo lunghissimo dell'Etna dalla piana attraversato da un contadino sul proprio mulo, seguito da dei bovini.
Il montaggio segue con le riprese della parte sommitale del vulcano dove alcuni vulcanologi scalano il pendio trasportando attrezzature «fragili e preziose» necessarie per i rilevamenti. Sono introdotti da Tazieff come persone «curiose di scoprire i nuovi segreti della natura e comprenderne un po' meglio i meccanismi misteriosi». La musica qui è lenta e profonda a rimarcarne le sensazioni della risalita e la sollennità delle operazioni.
I vulcanologi passano accanto a un 'pozzo' crollato sotto strati di neve e cenere. In dettaglio si filmano i passi sul suolo lavico mentre Tazieff specifica che realizzare delle «misure esatte, precise, riproducibili su un vulcano in eruzione esige una preparazione minuziosa». Il commento rimanda sia al piano scientifico che fisico. Il film infatti in questo tratto prosegue con la scalata e il peso degli strumenti evidenziandone gli sforzi e i rischi. L'equipe deve essere «solida nei corpi e unita nello spirito», glossa il vulcanologo, per affrontare soprattutto le situazioni più impreviste. Qui l'audio lascia leggermente spazio al rumore del vento, trasmettendo una delle possibili variabili. La fatica degli scienziati è evidenziata dalla prospettiva dei loro corpi rispetto alla pendenza del suolo, alla vista del cielo e alla grandezza o estensione delle strumentazioni, che devono essere portate a più mani in alcuni casi. Anche la resistenza e la forza dei passi trasmettono l'energia necessaria.
Tazieff chiarisce le modalità dell'origine della Bocca Nuova (presente anche in un film di Pasolini del 1968), ripresa in una lunga sequenza. Essa sorse in seguito a un crollo, testimoniato da un gruppo di visitatori che si trovava a pochi passi. Da quel momento questa ha emanato delle emissioni virulente per anni, come se fosse la «pipa del ciclope» (in riferimento alla mitologia). In questo passo, compaiono i tipici anelli di emissione definiti tecnicamente come 'volcanic vortex rings', colonne circolari di gas e vapore acqueo che assumono una forma circolare a causa di un'espulsione rapida e rotazionale da uno sfiatatoio stretto. La loro peculiarità ne fa un motivo virale anche nelle produzioni digitali contemporanee.
Ampia allora solo sette metri ma profonda per centinaia, la Bocca Nuova esalava vapori «taurini». Alcune immagini in dettaglio restituiscono la visione superficiale del fondo interno, illuminato da un bagliore rossastro, quasi infernale. «Non bisognava però fidarsi della calma», narra Tazieff. La struttura ha lasciato il posto infatti, prosegue, a eruzioni di gas incandescente accompagnate da bombe. Per questo gli scienziati in missione decisero di costruire dei ripari in fibra di vetro per proteggere gli strumenti (vengono mostrati all'opera). Le immagini finali lasciano spazio al sonoro in presa diretta e alle emissioni 'infiammate' della bocca, che si ripetono più volte. Tazieff introduce, mentre in parallelo vengono riprese le strumentazioni necessarie, le missioni per misurare in maniera continua per la prima volta la variazione dei parametri fisici di velocità, temperatura e pressione del getto eruttivo. Fu usato un tubo in acciaio nel quale passano dei cavi e delle formazioni tubolari più piccole indispensabili per proteggere il prelievo. Le registrazioni dei parametri invece erano possibili grazie a un radiometro infrarosso, mostrato sul campo mentre viene aggiunto azoto liquido per raffreddarlo.
Il raconto prosegue con la vestizione tramite tute protettive degli operatori, accompagnati ritmicamente dalla musica che ne scandisce i gesti. Vocalmente Tazieff fa notare, mentre vengono montati in successione i frame delle rilevazioni nei pressi della bocca, che «anche in un momento di calma, la bocca (personificandola) emetteva un calore intollerabile». Nonostante la termoprotezione non era possibile resistere che «decine di secondi in quell'atmosfera folle». Col tempo però riuscirono a prendere le prime misure chimiche tramite tubi per dosare l'anidride solforosa e carbonica. Le lancette dell'anemometro (?) (strumento di misurazione di un flusso d'aria) iniziano a girare. Tutto era complicato da un sistema di tubi (mostrato in dettaglio) che alimentava una pompa destinata al raffreddamento. L'aria circolava in un circuito ed era raffreddata da un radiatore a serpentina. I prelievi venivano testati sulla bocca dove la velocità raggiungeva anche i 700km orari. Gli scienziati, proni, appaiono, secondo Tazieff, come dei «penitenti con le tute termiche protesi davanti all'inferno» campionando sei volte al minuto i gas emessi.
Il crepuscolo per il vulcanolgo, e l'immagine che lo ritrae, mette in risalto l'incandescenza delle pareti della Bocca Nuova e il calore delle emissioni più alte del capo degli scienziati vicini. L'effetto è evidenziato dal sonoro in presa diretta, dal montaggio ripetuto filmicamente e dalla sonorizzazione ritmata che rendono l'edificio quasi come un'entità vivente. L'ombra degli scienziati, proiettata sulla parete frontale della bocca, rimanda quasi in maniera suggestiva a una caverna di platonica memoria ma vulcaniana.
Giunta la sera (si ricordi che il tempo del racconto non coincide con quello della storia reale), cresce la tensione sonora delle trombe e di strumenti a percussione nel momento in cui si mostrano i canali lavici che scorrono rapidamente come dei «torrenti». Le temperature raggiungono, riferisce Tazieff, oltre i mille gradi. L'eruzione laterale del 1971 aveva distrutto campi e vigneti sui fianchi. A chilometri di distanza più in basso l'avanzata, appariva immobile quasi, per il suo raffreddamento. Si mostrano le immagini del suo arrivo fra le vigne e le case abitate a bassa quota. Le immagini riprendono la disperazione degli abitanti «fatalisti ma ostinati», secondo il vulcanolgo, mentre ne «contemplano la progressione inarrestabile fra vigneti, case e tutto quello che possiedono» (mostrati in dettaglio). Fra i danni provocati, anche l'esplosione di una cisterna d'acqua (visibile raramente nei filmati). Alta diversi metri, la potente colata avanza, come specifica Tazieff commentando le immagini, attraverso successivi crolli sotto la spinta continua della massa fluida che affluisce a miliardi di tonnellate. Qualche scena riprende questa avanzata dagli interni delle case (si tratta della ricerca di un punto di vista differente, che era comparso anche nei documenti dell'eruzione di Mascali nel 1928).
«Tutto quello che rimane da fare è portare via tutto». Si vedono gli abitanti smontare le cornici delle porte, tubi, mobili, elettrodomestici ora (assenti storicamente nei filmati precedenti), brandine in ferro, legna degli alberi mentre in massa continuano da vicino a osservarne la discesa. Le case crollano in serie. Qui il racconto di Tazieff si sospende lasciando spazio al sonoro e alla drammticità degli effetti per riprendere il racconto verbale durante la visione dell'abbattimento di un grande ponte stradale. Questo passaggio segna una delle distinzioni rispetto al trattamento delle stesse immagini in altri documenti. Il vulcanologo da una parte probabilmente rinuncia all'uso della parola in un passaggio così delicato e dall'altro crea un distacco emotivo per le operazioni scientifiche.
Non a caso le immagini si spostano, subito dopo, di nuovo sulla sommità del vulcano e sulle operazioni degli scienziati mentre Tazieff afferma: «Questa eruzione che è vissuta dalla popolazione come una catastrofe è per noi un oggetto di studio, per cui siamo di nuovo qui». L'obiettivo è «conoscere meglio, per meglio comprendere e meglio prevenire».
La sequenza successiva pedina il lavoro vulcanologico sul campo, presentato come un «contatto diretto» con la materia necessario per una scienza sperimentale, d'osservazione e misura.
Il rapido raffreddamento delle colate ricopre strati precedenti per decine di metri. Si evidenzia il contrasto tra le colate nuove e quelle già solidificate intorno, e poi con gli strati di neve. Si tratta di un topos ricorrente che qui però assume una funzione scientifica, dando spazio però anche alla suggestione visiva. La musica infatti è lenta e tesa. Tazieff e i compagni assistono «stupefatti», «timorosi», «allo spettacolo sorprendente d'una bella colata sui campi di neve», che diviene pericolosa per l'espolosività del vapore prodotto. Siamo in prossimità della stazione sciistica e della funivia, ricorda Tazieff, distrutta in parte dall'eruzione del 1971. L'eruzione prosegue, così come le misurazioni. Nel frattempo si è aperta una nuova bocca, che in poche ore, ha già dato vita a una muraglia circolare di decine di metri. Nel fianco Sud si manifesta una frattura da cui è possibile osservare e penetrare nell'interno del cratere. Gli scienziati pensano di calare le strumentazioni dentro questa «fornace» per il tempo necessario per prendere delle misure e prelevare dei campioni. Ma si odono i frastuoni delle esplosioni. Le bombe e il calore, rammenta Tazieff, rendono impossibile l'operazione. Lavorano all'esterno testando i gas intorno alla cresta. Gli scienziati appaiono immersi fra le nubi di queste emissioni. Le riprese sono definite dal vulcanologo infatti quasi come un altrove extraterreno. Il narratore-scienziato ne restituisce anche le sensazioni fisiche: «il suolo vibra violentemente, le bombe quasi invisibili sotto queste immagini fischiano e sbattono cadendo intorno a noi». Le sonorità trasmettono un senso di deformazione e movimento tensivo degli elementi.
L'osservazione continua e diventa sia visbile che uditiva. Tazieff fa riferimento qui anche all'uso delle riprese filmiche. I membri dell'equipe misurano i flussi di materia e di energia mettendo in relazione le variazioni dei parametri. Sperano di comprendere poco a poco i meccanismi delle eruzioni. Le operazioni di avvicinamento con le aste non è sempre possibile per la resistenza alla forza dei gas vengono alzate bruscamente verso l'alto e diventa difficile mantenerle nel punto del prelievo. Gli scienziati sono costretti dall'energia ad allontanarle. La ripresa delle operazioni con differenti strumenti sono accompagnate da una musica che richiama sonorità filmiche d'ambientazione extraterrestre (sulla scia dei commenti precedenti). Il manometro (?), non è chiaro dalla pronuncia francese) è abbastanza specifico nella sua conformazione da resistere alla corrosione dei gas acidi. Misura l'aria che lo sormonta facendo il calcolo a una certa temperatura in un certo lasso di tempo prima che i gas evaporino. Ma la violenza dei soffi, ricorda Tazieff mentre la camera trema, «decide diversamente». Per resistere bisogna lavorare in due. E si prova una «sensazione straordinaria», quando in tali condizioni riescono nel tentativo.
In vari dettagli e campi medi si mostra il flusso della lava che scorre in maniera effusiva e il prelevamento da questa di campioni di lava. Allo stato liquido essa contiene informazioni preziose per i gas imprigionati. I campioni vengono poi sistemati. Tazieff paragona l'attività ininterrotta dell'Etna a quella del loro «laboratorio vulcanico». Vengono sistemati dei tubi e la precisione dedicata agli stessi è il rimando all'idea dell'affinamento nel tempo per il vulcanologo francese delle tecniche di prelievo e di misura negli anni. Si sperimentano nuovi materiali che possono servire per tutti i vulcani nel mondo. L'obiettivo non è solo quello della previsione ma anche conoscere quale può essere l'evoluzione catastrofica e garantire la sicurezza a milioni di abitanti che vivono nel pianeta ai piedi dei vulcani. Due membri si scambiano una bottiglia di vetro per dissetarsi. Come per il momento del canto del gruppo in un momento di riposo, si filmano anche momenti intimi di convivialità e condivisione nel film. Qui il suono è in presa diretta rispetto all'emissione dei gas e restituisce l'ambiente difficile in cui gli scienziati si ritrovano immersi durante le operazioni.
Sulle immagini dei torrenti lavici dall'area sommitale, in varie condizioni e da varie prospettive, riprende la musica quasi ancestrale ma anche cosmica e Tazieff si avvia verso le conclusioni: «Per noi l'Etna è uno spettacolo così sontuoso che ci è offerto notte e giorno in ciascuna delle nostre spedizioni». Sullo stesso tappeto sonoro si svolge una progressione sonora con le attività esplosive notturne viste in proporzione alla luna quasi completamente rossa: «Sospesa nel cielo, la luna sembra una 'bomba vulcanica' improvvisamente immobile». Il film si chiude con uno zoom out sul cratere in esplosione.
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