Il film a colori è stato realizzato da François Le Guern, noto vulcanologo, ed è focalizzato sui tentativi di deviazione del flusso lavico nel 1983.
L'opera, dopo i titoli di testa con sullo sfondo delle immagini delle colate laviche del vulcano, si apre con degli ex voto su un tappeto sonoro musicale lieve e con suoni diretti (soprattutto del vento ad alta quota sull'Etna).
L'inizio del racconto è segnato dal suono delle campane, input tipico di allarme sul territorio (visibile sin da documenti degli anni Cinquanta). La voce fuori campo iniziale, femminile (seguita poi da una maschile), racconta sui dipinti dell'eruzione del 1669 i primi tentativi di deviazione della lava che causavano però dei danni collaterali. Da lì fu vietato ogni tentativo e fu sancita la condanna al risarcimento degli effetti prodotti.
Seguono poi altri esperimenti. In bianco e nero si rievoca con le immagini dell'eruzione dell'Etna del 1928 l'autorizzazione alla costruzione di dighe e 'trincee' (la musica qui è stereotipicamente folkloristica).
Si citano e mostrano poi anche delle sequenze dell'eruzione nelle Hawaii del 1945 in cui si scelse di bombardare i canali lavici, come accadde in America anche nel 1975 e nel 1976 con delle bombe di maggiore portata. Questa modalità, si spiega, era di scarsa precisione, soprattutto in caso di scarsa visibilità, e causavano solo crolli parziali talvolta, che non arrestavano comunque il profluvio.
In altre occasioni, come in Islanda nel 1985, si potè soltanto costruire delle dighe (si riportano delle immagini relative). Sempre sull'isola del Nord si tentò di usare l'acqua pompata, che raffredda però solo la parte più superficiale.
Nel 1971 è la volta dell'Etna. L'eruzione avanzò sulla neve e minacciò anche la funivia e l'osservatorio vulcanologico, parzialmente sommersi. Orazio Nicolosi, proprietario del versante Sud dell'impianto, fece costruire delle dighe. Durante lo stesso evento si aprì un fronte a quote più basse. La lava era più viscosa e raffreddandosi creò dei tunnel che favorirono il flusso della colata, che distrusse vegetazione e abitati. Mentre si mostrano le immagini del danneggiamento di un ponte, di case e dei vigneti (presenti anche nei filmati di Tazieff e in altri del periodo commentati in maniera diversa), qui la questione diventa: quanto è lecito deviare il flusso per salvare il paese di Sant'Alfio dirigendo però la lava verso Fornazzo?
Il 28 marzo 1983 si registra una nuova eruzione. Questa volta il governo approva l'intervento, il cui progetto di massima viene affidato a due vulcanologi: Franco Barbari e Letterio Villari. Approvato dalla Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile, viene presentato in una conferenza stampa (mostrata nel documentario), con l'approvazione anche di un noto esperto in esplosivi in situazioni speciali, l'ingegnere svizzero Lennart Abersten. Con il mandato della prefettura di Catania, la ditta di Abersten convoca i tecnici necessari per l'operazione: Gianni Ripamonti, specializzato in esplosivi ad alte temperature; e, Gianfranco Bertoletti, per l'operatività; con la partecipazione di altri come Volpe e Gustavson (fra quelli citati).
Il prof. Sbacchi mostra il piano su un plastico. L'idea è quella di interromperne il flusso per far raffreddare la lava in un canale artificiale e favorire la graduale sovrapposizione successiva delle altre colate.
Le sequenze successive spostano il setting sull'Etna con le ruspe in azione, su una colonna sonora enfatica. L'operazione è battezzata come "Grande Botto". Un'animazione illustra il processo. Si procede con la perforazione e l'intubaggio dei fori in cui inserire l'esplosivo. Il rischio era dato dal loro possibile deterioramento o dall'esplosione preventiva per le alte temperature (intorno ai 900 gradi).
Ma il materiale che fluisce poco più sopra, dopo un po' di tempo, strasbordò e per salvaguardare il cantiere in corso si iniziò a usare l'acqua per raffreddare la lava sul bordo. Con il coinvolgimento dei vigili del fuoco si evitò lo scivolamento ma l'argine si alzò di sei metri. A causa di un'altra sbavatura il cantiere fu parzialmente ricoperto, rendendolo in parte inutilizzabile.
Le cariche avrebbero avuto una minore portata. Il tempo per le scelte, come specifica il commento fuori campo, era breve e si optò per la creazione di un ulteriore canale.
Si procedette con l'inserimento manuale degli esplosivi nei fori, raffreddati per metà da impianti idraulici per contenerne le temperature. L'altra metà fu caricata in maniera automatica con un sistema ideato da Gustanvson basato sul principio del fucile di Flobert ad aria compressa (di cui si mostra il funzionamento tramite animazione). Nel film sono menzionate le ditte coinvolte nei lavori. «Tanti uomini, tanti mezzi con un unico obiettivo: rallentarne il corso devastatore». L'epicità delle immagini è segnalata soprattutto dalle silhouette controluce degli operatori e delle ruspe.
Giunto il giorno prima del momento topico, sotto il «pericolo costante», le equipe lavoravano a un «ritmo incessante». Alle operazioni assistì anche Tazieff, «fra i primi a schierarsi a favore del progetto», ripreso mentre osserva dall'alto il cantiere e le operazioni di refrigerazione tramite l'acqua.
Di notte, si lavora con un elicottero e luci artificiali. Si caricano gli altri fori con fucili ad aria compressa, mentre la lava continua a scorrere vicina. La cronaca simula quasi la perentorietà del controllo delle operazioni: «Ora tutte le cariche sono pronte, i denotonatori pronti per la volata per l'esplosione, che deve far crollare l'argine e deviare il flusso della lava» (viene simulata ancora tramite animazione).
Quasi come in un film catastrofico, ci muoviamo insieme ai protagonisti in una centrale di controllo con vari monitor che inquadrano l'area (siamo ancora in notturna all'inizio). Due voci in sala, vigilano e commentano le operazioni. Sottolineano che lassù sono rimasti soltanto tre responsabili, che lasceranno il campo all'ultimo minuto. Alcuni rimangono nel bunker in prossimità. L'audio si abbassa e sui monitor si sente e si vede l'esplosione, moltiplicata sugli stessi. La lava fluisce nel canale e si esulta per la riuscita dell'operazione. Il materiale dell'esplosione ostruisce i tunnel e taglia pian piano i primi fronti della colata. Il rallentamento è ripreso in dettaglio. In un punto, il dettaglio dell'inquadratura fa apparire la colata come se fosse un'entità vivente che respira (tramite il bollore).
«Dal 28 marzo al 15 maggio, le colate», commenta la voce fuori campo femminile mentre si mostra l'eruzione raffreddata, «avevano distrutto 14 km di territorio, 52 case e 76 ettari di vigneti avanzando verso i paesi». Dopo il 15 maggio, il materiale è stato contenuto dalle dighe. Un vulcanologo americano stimò che si salvarono così 25 milioni di dollari per i terreni, a fronte di un costo di 3 milioni.
Alcune sequenze conclusive tornano a mostrare opere pittoriche storiche di eruzioni. L'esperimento del 1983, si ricorda, fu la prima esperienza riuscita di deviazione. Vulcanologi, geologi, ingegneri e operai acquisirono un'esperienza sul campo fino a quel momento inesistente. Da lì, si iniziò a lavorare su nuovi approcci, mostrati tramite animazione: con il piazzamento di esplosivo in fori verticali per ridurre o fermare un canale di lava o una fessura; iniezione d'acqua direttamente nella colata; frantumazione della roccia tramite acqua a forte pressione. Tali sistemi messi a punto allora, però, dovevano ancora essere applicati e ci si chiedeva, un po' timorosamente: dove saranno applicati?
Il film si chiude con delle immagini fra il Giappone (come suggerimento probabilmente delle possibili applicazioni) e la Sicilia, frame quasi di backstage per lo stile del montaggio nel secondo caso....