Il film documentario in bianco e nero di Francesco Rosi è un'opera nata dall'osservazione del territorio in cinque anni. Molte delle riprese visivve e sonore del film sono state svolte dal regista da solo, senza una troupe, solo con una camera a mano. Il titolo si ispira a una citazione di Cocteau sul vulcano campano: «Il Vesuvio fabbrica tutte le nuvole del mondo».
Tra questo e il Golfo di Napoli, la terra talvolta trema e le fumarole dei Campi Flegrei segnano l’aria. Le rovine sottostanti le ville romane sommerse, anche sotto il mare, delle aree intorno a Pompei ed Ercolano raccontano un futuro che c’era, sepolto dal tempo. Sulle tracce della Storia, delle memorie del sottosuolo, il regista mostra una Napoli meno conosciuta che si popola di vite (archeologi e curatori di musei che cercano di dare ancora vita e senso a statue, frammenti, rovine; forze dell'ordine che lavorano contro i tombaroli per preservare questi spazi). La circumvesuviana attraversa il paesaggio, cavalli da trotto si allenano sulla battigia. Un maestro di strada dedica il suo tempo al doposcuola per bambini e adolescenti.
I vigili del fuoco vincono le piccole e grandi paure degli abitanti dopo le scosse di terremoto.
Mentre a Torre Annunziata, navi siriane scaricano grano ucraino. Una squadra di archeologi giapponesi scava da vent’anni Villa Augustea: raccoglie semi, ossa, storie di sedimenti. I turisti vanno per le rovine di Pompei.
I devoti strisciano nel santuario della Madonna dell’Arco.
Gli ex voto e le cripte raccontano il credo di un mondo che sopravvive. La terra intorno al vulcano, come da presentazione, è restituita come un’immensa macchina del tempo....