Catastrophes of Southern Italy. Photogénie and Remediation of Natural Disasters
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Le grandi alluvioni

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ALLUVIONI
FRANE
MAREGGIATE
VENTI
Nel documentario in bianco e nero con voce fuori campo e sonorizzazioni, nella prima metà, si mostrano le alluvioni degli anni Cinquanta nel Nord Italia (soprattutto nell'area del Polesine). Ma, come sottolinea la voice over, «quel conflitto doloroso cominciato nel Nord, e man mano estesosi sino alla punta d'Italia, allarmò subito il governo». Gli aiuti al Nord proverranno anche dal Sud, segnale di commozione e unità nazionale ma lo stesso accadrà poi viceversa. Nella seconda parte del documento si passa invece nel Meridione (dal m. 17.40 ca.). La voice over ricorda il collegamento fra le due aree del Paese: «le cronache delle alluvioni passano da Nord a Sud, lungo un immaginario segmento di sciagura nazionale, dal Polesine alla Calabria, in meno di due anni, la disgrazia si ripete» (lo spostamento da Nord a Sud comporta un passaggio anche in una cartina ripresa).
La prima sequenza dedicata al Sud si concentra sulle alluvioni in Aspromonte del 1951 e nell'area di Catanzaro. Alcune immagini, riferite alle alluvioni degli anni successivi, erano già contenute in "Tragica alluvione in Calabria" del 1953 (in questa copia i frame originari della pellicola digitalizzata appaiono in uno stato migliore). Il giorno dell'alluvione legato a quel periodo è segnato qui da un titolo in sovrimpressione: 22 ottobre 1953. Sono presenti ora anche dei ritagli di titoli di giornale. Si rivede il lavoro di uomini e donne vicino al fiume straripato, che passa tra i fichi d'india, per costruire degli argini naturali con dei rami. Vi è anche la carovana che attraversa le acque mentre una donna compie un gesto performativo intenso di espressione del dolore additando le acque. L'alluvione viene definita come una «maledizione». Le riprese dovrebbero essere realizzate nelle zone del torrente Sant'agata e le fiumare di Valanidi e di Arvo. A Rosario Valanidi sono state portate via «le case deboli e la terra friabile e senza difese per via dei costoni irragionevolmente disboscati alla fine della guerra». Qui «la disgrazia è stata improvvisa, non si è preannunciata perciò il quadro è ancora più devastato». Sono mostrate immagini delle case distrutte. Le donne hanno trovato riparo in chiesa, per poi scavare nel fango. «Le scene di dolore», le stesse che si vedevano anche nel precedente filmato, qui sono commentate con una nota ambientale: esse «sono più scoperte perché la terra è più ingrata e il paesaggio più crudo». Una donna, tenuta da una guardia, urla mentre altre due donne, tenute per le braccia da un giovane uomo, urlano e piangono seguite da alcune inquadrature dei volti delle due donne e un bambino piccolo, a piedi nudi, nell'acqua.
Le donne di Saracinello camminano a piedi nudi lungo una strada sterrata, seguite da bambini, trasportando materassi e fagotti sulla testa. Mentre proseguono le immagini dei danni e delle persone colpite, si ricorda che sono morti pastori e contadini. «L'aspra Calabria di Corrado Alvaro di duro non ha il terreno ma solo la sua scorza». All'alluvione segue sempre una frana. La voce fuori campo qui drammatizza queste ripetizioni mentre si osservano uomini e donne al lavoro lungo un vicolo invaso dalle macerie e poi una veduta notturna del lavoro degli uomini di rimozione del fango e allo scavo fra le case distrutte da cui vengono estratti dei corpi defunti: «quando le trombe d'aria si infilano urlando su per le imeprvie vallate dove la fiumara è la strada d'estate per i pastori e il gregge, i villaggi si disintegrano ondeggiando, i picchi si rompono, le pietre camminano e la frana è sempre l'ultimo regalo dell'alluvione». Una nota musicale, che segna quasi una ripresa positiva, introduce il lavoro di donne e uomini intenti a rimuovere fango dalle abitazioni colpite dalla frana, anche se una bambina piange. Sul versante di Roccella Jonica alcuni tratti dei binari sono stati divelti nella linea calabro-lucana. Si aggrava secondo la voce fuori campo l'isolamento dell'area dal mondo. Le squadre del Genio ferrovieri lavorano per ripristinarla. Si costruiscono anche dei muretti. «Ogni tanto ad alluvione finita si sente un sordo rumore di terra smossa. È un blocco di terricio che si stacca investendo tutto quello che trova sul suo cammino». Il Presidente del Consiglio, Pella è accorso sul luogo del disastro mentre un piano d'aiuto è stato deciso dai ministri. Una veduta panoramica mostra il fianco di una collina costellata di macerie. I soccorsi sgomberano le aree. Le scuole sono piene di profughi (non mostrati). Vengono scaricati scatole e pacchi dai camion di aiuti. «Dal Nord arrivano colonne di aiuti, sono mani amiche che vengono tese anche se nulla può vincere il dolore che la fiumara ostile ha troppo largamente seminato». Un anno dopo l'alluvione calabrese, accade a Salerno: 25 ottobre 1954 (indicato da un altro titolo in sovrimpressione). «Qui non c'è stata nemmeno l'agonia della sera, tutto è accaduto in un lampo». Le immagini scorrono sull'acqua, che s'ingrossa a mano a mano, del torrente Reginna a Maiori. Alcune vedute si soffermano sui tratti del paesaggio devastato in seguito all'alluvione e alla frana vedute dall'alto mentre vengono forniti dei dati sulla quantità di acqua caduta e si fanno i bilanci sui duecento morti causati. Il torrente è «imprigionato tra argini di cemento» nel tratto in cui attraversa l'abitato di Maiori che «si è gonfiato, scendendo a valle e recando distruzioni a piene mani». Le acque si sono poi divise, verso Maiori e Minori e verso Cava dei Tirreni e Vietri (sono riprese le aree panoramicamente) causando una quarantina di morti. Maiori, si dice, che è stata «presa alle spalle con la ferocia di un'imboscata». Un signore, probabilmente un'autorità locale, racconta, indicando l'abitato di Maiori, le conseguenze delle alluvioni del Reginna nei secoli. Una veduta riprende la spiaggia di Maiori formatasi in seguito all'ultima alluvione in cui si trovano ora le case distrutte, ridotta dal «flagello» a un «cumulo di sassi e di rovine» come a Marina di Vietri colpita anch'essa dall'alluvione. La voce fuori campo fa un confronto fra le recenti alluvioni, descrivendo questo evento come: «meno pauroso e spettacolare del Delta Padano, meno spiegabile della sciagura calabrese, il lutto che ha colpito il salernitano rimane insuperato nell'orribile severità di vite umane pretese in una sola notte». Il Reginna, il Bonea, il Fusandola e il canalone di Salerno (quasi personificandoli) hanno spinto le vittime in mare. Sono inserite qui delle fotografie del recupero dei corpi restituiti dal mare: «è stata una notte di ossessione e di terrore, come un'immersione nell'inferno con l'acqua al posto del fuoco». Dopo le vedute dall'alto delle spiagge con le foci dei torrenti protagonisti delle alluvioni nella zona con le bare allineate lungo le spiagge, all'interno delle quali sono sistemati i corpi delle vittime che la corrente del mare ha riportato a riva di sera e gli scatti delle vittime, alcune donne sono intente a recuperare oggetti e le masserizie varie sparsi lungo la spiaggia. Da un'imbarcazione, in navigazione lungo la costa, delle persone sbarcano una barella con un corpo recuperato. A Molina «il corso pazzo del torrente Fusandola è andato all'appuntamento a mezzanotte con una mazza di acqua torbida e di sassi in una atmosfera da coprifuoco del terrore». Si inquadrano le case del paese semidiroccate, strade deserte e le abitazioni semicrollate. Delle persone del luogo, tra cui una giovane donna raccontano della terribile notte dell'alluvione e in particolare la percezione dell'arrivo dell'alluvione, alcuni ricordi visivi e quello che hanno ritrovato al risveglio. A Salerno nel 1954, si aggiunge anche il pericolo delle onde gigantesche del mare. Si è anche formata, secondo una testimonianza in un'intervista una tromba marina, dannegiando case, una chiesa e un'intera zona. L'«epicentro» viene indicato nel Vicolo Fusandola, che per la sua conformazione architettonica ha favorito la discesa dei materiali. Il giorno dopo si lavora contro il fango in cui sono ricercati duecentosessanta dispersi. «È un lavoro più penoso e più difficile rispetto a quella grande del Polesine e impervia come quella della Calabria». La sonorizzazione tesa scandisce con l'uso di piatti i vari scorci pieni di fango. Il filmato si avvia alla conclusione mostrando le vedute di strade e vicoli sommersi dal fango e dai detriti, le automobili sepolte, un campo inondato e le persone che spalano nel fango. A Zambana, mentre si mostrano le immagini degli effetti dalla collina, fra i vicoli e le strade alcune persone osservano mute l'area. La voce fuori campo conclude: « le immagini della frana di terricio descrivono con fredda mutezza l'entità del disastro, scendendo a valle con la lentezza inesorabile di una colata di fango vulcanica (si mostra proprio un'immagine del genere). La marcia si concluderà fra poco sommergendo Zambana sotto lo sguardo atterrito dei superstiti. Il serpente melmoso avanza e nessuno può sfidarlo. Con la colata di fango di Zambana non si viene a patti. Bisogna ancora attendere prima che spunti l'(?). Gli anni terribili sono finiti. Non si è spenta la furia della natura, delle acque, delle piogge. Le scene che abbiamo visto agghiaccianti, crudeli, talvolta spietate si ripeteranno nel Polesine e altrove ma mai un tale cumulo di sciagure colpì il nostro Paese come in quel tragico indimenticabile inizio del mezzo secolo che dal Nord al Sud ha sconvolto paesi, travolto case, distrutto campi, mai come in quei quattro anni terribili. si ripeteranno».
Video e fonte completa al link. Per approfondire alcuni dei fenomeni citati e altri documenti si veda la raccolta "Aspromonte 1951", "Sardegna, Sicilia e Calabria 1951" e "Calabria 1953", a partire dagli esempi di seguito....
Calabria
Catanzaro, Maiori, Minori, Salerno, Tramonti, Vietri sul Mare
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