Il documentario di Giovanni Tomarchio, noto operatore e giornalista Rai, racconta e descrive l'eruzione dell'Etna che minacciò l'abitato di Zafferana Etnea e distrusse la val Calanna. Il documento è realizzato con la celebre voce fuori campo di Claudio Capone. Come per altri filmati dell'autore, l'opera è realizzata con una attenta cura nella costruzione narrativa che fa leva sulla personificazione e la sensorialità degli elementi naturali coinvolti, verbalmente e in unione con le immagini. Al centro del filmato vi sono le tante riflessioni non solo sul rapporto uomo-natura ma anche fra chi filma e il vulcano. Il video è accompagnato da una sonorizzazione che modula l'intensità del racconto.
La prima sequenza prende il via con l'immagine dell'autore che in penombra si affaccia alla finestra sul sottofondo dell'Etna in eruzione, affermando (inizia qui il racconto tramite la voce fuori campo di Claudio Capone): «Questa proprio non ci voleva, furono le mie prime parole alla sensazione di una nuova eruzione dell'Etna, probabilmente perché una parte di me le eruzioni non le sopporta più, e potrebbe già finire qui questo documentario. Ma lo spettacolo va in scena, e su quel discutibile palcoscenico recito anch'io la mia discutibile parte. Documentarlo è il mio mestiere, il mio vizio, o forse ancor peggio, la mia vanità».
Nel segmento successivo sono inserite delle riprese notturne del Cratere di Nord-Est in eruzione con un'attività stromboliana e i «cupi boati». La voice over informa che i primi segnali, preceduti come spesso accade da un'incalzante sequenza sismica, arrivarono nel pieno della notte del 27 ottobre del 2002. Ma il commento autobiografico ricorda: «Poi il buio torna al suo posto. Intanto lo zaino è già pronto, e qualcosa mi suggerisce che è meglio andare. Mi affretto in direzione del rifugio Sapienza, mentre nuovi crescenti bagliori si contendono ormai la rassegnata oscurità. Più su, alle quote più alte dove il buonsenso si scontra spesso con la stoltezza e perde, il vulcano grida con forza i suoi no». Si notino le personificazioni, le sfumature percettive e affettive date alle dinamiche fra le entità naturali e umane tramite anche le immagini, come nei passi successivi. «La terra si spacca (si mostra la fessura eruttiva), sgomitano i gas per guadagnarne l'uscita. Il magma, al termine di una lunga e complessa risalita determinata da circostanze per nulla occasionali, irrompe finalmente libero in caotici brandelli di lava (vengono riprese le fontane di lava e la nube eruttiva). Un sospettoso muro di cenere e lapilli dapprima si oppone, poi si fida e dal vento si lascia trasportare (un campo totale si volge dall'Etna verso il golfo di Catania)».
Si introduce un'altra 'figura': «Osserva frastornato l'Escrivà, il cratere protagonista dell'eruzione che solo 15 mesi fa ha lacerato questa stessa zona, Piano del lago, 2600 metri di quota. Squarci straordinariamente simili, cicatrici inequivocabilmente eloquenti, e noi lì, sedotti e intimoriti, fragili presenze in tanta dilagante natura. Ignari». Gli operatori filmici sono ripresi sotto la nube in prospettiva o in punti di osservazione. E continua, spostando l'asse drammatico in modo 'naturale': «È adesso il sole a lanciarci l'allarme, illumina a Nord cattive notizie. Non passa molto ed è drammatica conferma».
Sull'altro versante, a piano Provenzana, infatti il narratore informa in una lunga sequenza che il vulcano: «con mano pesante, apre una cerniera. Fiuta prima il terreno, lo tasta, poi un micidiale strappo (si osservano le fratture). Provvidenziale e saggia la tempestiva evacuazione, cedono le strutture degli alberghi, e non è che l'inizio (qui le immagini delle strutture danneggiate dal terremoto). Un campo di fratture si propaga da 2500 metri di quota per più di un chilometro. Viene giù come chi ha fretta, veloce e determinato. Segue il sentiero del 1879, di quell'evento sembra il clone. È un corteo di fuoco che avanza inesorabile, un'emorragia di fontane di lava, un susseguirsi di bocche inarrestabile. Ad ogni nuova apertura una tremenda vibrazione l'accompagna. Dopo, dalla minaccia passa ai fatti, scendono in campo le colate, strisciano in mezzo alla pineta come serpenti in un prato, non le vedi, poi improvvisamente appaiono e l'aria sa di resina bruciata. Avvampa lo spino santo nel piano (qui alcune persone assistono in primo piano impotenti). Seppur abituato da millenni a eventi devastanti, l'Etna sente la missione a cui si appresta assai gravosa, e i soliti intrusi primi della lista, noi dell'informazione (ripresa degli operatori presenti). Stavolta proprio non ci vuole, punta pertanto sulla strada, la taglia. Piano Provenzana resta isolato (forze dell'ordine in strada ma non si vede la colata attraversarla). La lingua di fuoco trova adesso nella pendenza un valido alleato, guadagna varchi a suo modo tra pini secolari costernati, insieme scende la sera ed è un inferno. Di tanta sofferenza anche il vulcano ne ha strazio, e a quest'agonia dice basta, sferza l'ultimo fendente come un colpo di grazia. Una nuova bocca si apre nella notte poco sopra l'ansimante anfiteatro, toglie l'ultimo respiro e annoia ogni speranza. Cola rovente fra pallide betulle come sangue da una ferita, porta con sé immagini di morte, ma è nuova vita, natura in gestazione (qui è evidenziato il contrasto tra morte e rinascita della vegetazione in primo piano con la lava fuori fuoco sullo sfondo. mentre si sente l'incendio degli alberi). Quel che toglie sarà restituito, e ancor più avanti di nuovo tolto, è l'Etna, e anche in contesti così tanto dolorosi c'è da esserne profondamente fieri. Continua intensa sebbene desti minori preoccupazioni, l'attività eruttiva sull'altro versante. Piano del lago è assoggettato a una vigorosa fase esplosiva con fontane incandescenti alte centinaia di metri (qui le stesse sono messe in prospettiva con il golfo di Catania illuminato a sera e un uomo che le osserva da vicino). Un'ardita colonna di materiale piroclastico sale di quota fin dove l'etere inebria, chiosa, e quando l'irruente turbinio perde eleganza e la gravità riprende coraggio, nuota nell'aria ancora un po', poi, esausto, si lascia andare, collassa. Modeste quantità di lava vengono inoltre spillate dal segmento più a valle della frattura eruttiva, ma l'attenzione maggiore è rivolta al cielo e al vento dominante».
In un intermezzo si spiegano gli effetti nelle aree abitate. «Si fa pressante la richiesta di interventi per fronteggiare la copiosa ricaduta di cenere su un territorio vasto e densamente abitato (qui le riprese passano a Catania dove si spazza per strada e qualcuno indossa le mascherine). Il fenomeno determina tra l'altro gravose interferenze tra i programmi di volo e gli standard di sicurezza di diverse compagnie, fino a provocare il black out del traffico aereo (è ripreso l'aeroporto).
Tornando sull'Etna, «Allontanandosi da Piano Provenzana, la colata incede giù per dirupi e impervie boscaglie, come se sentisse il bisogno di restare un po' alla macchia, quantomeno appartata (si vede un uomo della Protezione Civile osservarla). È necessario conoscere bene i luoghi, sapersi districare tra difficili anfratti per tentare di incontrarla».
Si spiega l'origine dei sismi che si intrecciano con l'attività del vulcano. «Brutta bestia la Pernicana, non solo per essere una faglia particolarmente attiva, ma anche perché il suo comportamento innesca spesso processi di emulazione nel complesso sistema tettonico del settore ionico dell'Etna. E, a sottolineare che la natura afferma sempre le sue regole e le sue logiche, troppo spesso colpevolmente eluse, ecco puntuale la conferma: 29 ottobre, ore 11.02, magnitudo 4.4, più di mille i senza tetti». Il montaggio inserisce qui dei frame dedicati all'attività di misurazione dei danni, alcune persone in fuga, altre preoccupate, l'attività dei soccorsi e delle forze dell'ordine mentre la voce fuori campo resta in silenzio.
Il filmato ritorna sullo scenario eruttivo. «All'ombra del grave evento sismico, il quadro eruttivo fa nel contempo registrare una decisa flessione della quantità di lava emessa, sostanzialmente fermi i fronti lavici sul fianco meridionale. Su quello a Tramontana, uno dei due bracci ancora attivo si trova adesso a meno di cinque chilometri da Linguaglossa, intorno a mille metri di quota. Tuttavia i rilievi termici evidenziano segmenti del flusso lavico in graduale raffreddamento, con conseguente riduzione della capacità di scorrimento dei fronti più avanzati. Permane, sebbene meno intensa, l'attività stromboliana alla bottoniera che sovrasta il martoriato Piano Provenzana. Alle violente raffiche di brandelli di lava si sostituiscono con sempre maggiore insistenza vorticose nuvole di cenere che tanto sanno di agonia finale».
Si testimonia un momento religioso. «Segnali che inducono a un cauto ottimismo e l'angosciata comunità valligiana trova ora momenti di sentita devozione, stretta attorno al simulacro del santo patrono Egidio Abate, nella speranza di una divina mediazione».
Il racconto prosegue: «Ha un'aria meno spaventata questa mattina l'alba. Braccia protese al cielo, hanno invocato aiuto ma non c'è stato nulla da fare. Adesso stanno lì come candelabri al capezzale di chi ha le ore ormai contate (in realtà sono rami ripresi di giorno e in controluce al tramonto). Ci arrampichiamo sul crinale della bottoniera. È penoso quell'ansimare stanco dopo tanta gagliarda virulenza. Sono gli ultimi aneliti di vita, l'estremo saluto. Esserci è un dovere. Si placa così il 5 novembre la violenta attività eruttiva di Piano Provenzana». L'autore si sofferma sia sulla personificazione del vulcano quanto sugli attori umani: «Non si placa invece il dolore di chi su queste lave ancora ardenti lascia una parte assai pregnante della propria esistenza ed è confortante la sensazione di non averla affatto sprecata». Viene mostrato il primo piano di un uomo di fronte a una casa distrutta.
Sugli altri versanti del vulcano nella parte finale segnala che: «Anche sul fianco meridionale del vulcano si osserva un calo di tono dei fenomeni e dalle prime pagine. Qualcuno già ipotizza l'ultima sequenza prima dei titoli di coda. Ma l'eruzione non si ferma, recupera un po' di fiato. Forse ha ancora qualche concetto da spiegare a qualcuno. Tanta apparente calma si dirada improvvisamente sul finire del 12 novembre». Qui si evidenzia il contrasto tra gli annunci dei giornali e l'attività dell'INGV che monitora e cerca di prevedere puntualmente l'andamento. Infatti, la voice over testimonia il seguito: «Il cratere di piano del lago riceve nuova linfa. Si impenna il tremore vulcanico, sale il livello del magma. Mutano bruscamente le condizioni che provocavano la violenta frammentazione della massa fusa in risalita, le alte fontane di lava e le dense nuvole color antracite. Il pennacchio di cenere concede una breve tregua e senza alcuna esitazione l'orizzonte si riappropria di sottili trasparenze da settimane prepotentemente offuscate dall'invadente caligine. La forte pressione all'interno del cono apre una breccia alla base del suo fianco meridionale e un flusso discretamente alimentato si riversa come in un calice nella sottostante bocca inattiva. La colma trabocca e scorre affiancata alla precedente effusione ormai inerte. Il torrente di lava scende giù oltre Montenero ma il suo ritmo è tutt'altro che irresistibile. Si è stiracchiato per 4 chilometri ma non sembra avere una precisa meta piuttosto l'aria di una ricognizione. A 1800 metri di altitudine modera la progressione, si guarda intorno. Poco distante, lungo la traiettoria, c'è un rifugio della forestale conosciuto come Casa Carpintieri. Ancora oltre si trova il giardino botanico Nuova Gussonea dove radunate e protette vengono studiate le piante endemiche del territorio etneo. A destra si allarga un fitto bosco di pini e di faggi. Ne investe e brucia alcuni esemplari isolati che, allontanandosi imprudentemente dalla macchia, hanno superato il limite di quota infestante di vieto di nuova generazione. Flussi arretrati in sovrapposizione indeboliscono l'avanzata e il fronte lavico dapprima stenta, poi si arresta. Dopo un lungo stand-by per la presenza di un'insidiosa cappa di nebbia, nella tarda mattinata di un 21 novembre che non intende affatto passare inosservato, l'attenzione vola alla base del cratere di Piano del Lago. Appare subito evidente che una colata ben alimentata emerge da una nuova bocca effusiva e ha già raggiunto i canaloni che si affacciano sul rifugio Sapienza. La notizia precipita a valle, irrompe fragorosamente sul piazzale della stazione turistica. Al calar della sera, riverberi incandescenti ridanno luce a scene già viste, troppo in fretta archiviate, a passate ansie prontamente rimosse, a riflessioni dolosamente accantonate. Parole gelate, volti stanchi, infreddoliti. Sguardi fissi, inchiodati su quel rullo ardente che trasporta a valle angosce e preoccupazioni. Nevica sulla gelida veglia ma nessuno intende rientrare. Con il passare delle ore si intensifica l'attività esplosiva. Impressionanti deflagrazioni squarciano senza sosta l'inebetita notte. Quando l'aurora ridà corpo a spazi e volumi, si ha la netta sensazione che anche l'effusione lavica sia notevolmente rinvigorita e continua ad espandersi sulle lave del 2001. Come da copione, scivola lungo le piste di discesa, alternando veloci progressioni a fasi estremamente lente. Ogni tanto si ferma, si ricompatta, poi riparte. E come un tenace lombrico, un po' alla volta guadagna terreno, si abbassa di quota, travolge le poche cose risparmiate nella precedente eruzione. Allora fu cauto nella spinta, non volle infierire, si addossò appena. Ma adesso che del fronte, seppur distante, sentiamo già l'ardore, si ha l'impressione di una decisione presa, di una fine già decretata».
Si presti attenzione alla descrizione dei tentativi di arginamento, talvolta necessariamente limitati, quasi un film d'azione o fantastico:
«Viene seppellito sotto un compatto strato di pietrame per permettere alla lava di passare senza sfondarlo. Nel pomeriggio del 23 novembre il rifugio K viene raggiunto, sommerso da una prima ondata. Ne seguiranno certamente altre. Quando la massa fusa smetterà di bruciare, se il suo spessore non sarà eccessivo si tenterà di recuperarlo. Altrimenti resterà lì, eterno, custodito come una preziosa perla in un inaccessibile guscio di basalto. Quello sferragliare di cingoli, ormai consueta colonna sonora quando le circostanze si fanno critiche e l'uomo tenta di corrompere il vulcano, e già nell'aria entra nel vivo l'emergenza. Nel piazzale del rifugio Sapienza c'è grande affanno, ci si prepara per un'eventuale evacuazione. (Si vedono qui immagini delle ruspe che lavorano anche di notte, l'abbandono dei negozi di souvenir ma qualcuno attacca un santino di Sant'Egidio Abate sulla vetrina di un negozio). La colata ormai al ridosso temporeggia, prende tempo. Poi stende un braccio, si agita alla ricerca della stazione di partenza della funivia. Al suo posto trova un muraglione, che più che un argine è una supplica a lasciar stare, un invito a farsi condurre altrove. Una parte dell'intransigente massa lo affronta, strato dopo strato avvia la scalata. Arrivata alla sommità dello sbarramento comincia a tracimare. È uno stato d'assedio irreversibile, la funivia appare ormai spacciata ma non c'è alcuna aria di resa. Con estrema abilità continuano le operazioni di contrasto. Si tenta di aumentare la capacità di contenimento dei terrapieni. Si spiana la pista per favorire il drenaggio del flusso lavico che avanza. Davanti a tanta udacia l'invito viene accolto, l'intera colata comincia a defluire nel canale artificiale, di riflesso si appanna l'azione straripante. Si spinge poco oltre, poi l'impressionante fiume di lava repentinamente viene meno. Ancora una volta l'Etna ha deciso di rimandare. Per allentare la pressione sul polo turistico è stavolta il vulcano a operare una autentica deviazione. Convoglia l'erogazione del magma all'altra fessura effusiva, posta sul fianco Ovest del cono di 2750 metri, ma soprattutto ne inventa una delle sue. Dà sfogo all'enorme carico di energia da una nuova bocca esplosiva».
Per il resto dell'eruzione: «Quasi attaccata alla precedente, poco o più a Nord lungo la stessa frattura, a pochi passi dal rifugio Torre del Filosofo. Di una bellezza straordinaria, allucinante davvero nel senso letterale della parola. Fischia il vento, una fitta nebbia ovatta il teatro eruttivo, a tratti nevica». Ma il gruppo resta fermo: «Di andar su proprio non se ne parla. Tutti bloccati alla cantoniera, prezioso punto d'appoggio per noi che da settimane seguiamo l'eruzione. È l'occasione buona per tirare un po' il fiato, mettere ordine ognuno nelle proprie cose, programmare la prossima schiarita, per passare qualche ora insieme a tanti amici». Qui, fra i tanti si intravede anche il vulcanologo Haroun Tazieff.
Ancora una volta si presenta un momento critico: «Sguardi puntati sul fianco Sud-occidentale, secca la comunicazione di servizio. Un nuovo flusso lavico viene giù da Montenero, è giunto a quota 1900, alte fiamme si levano dalla vegetazione. Un ammasso di frane, tenuto ancora sottotono dagli ultimi chiarori, si addentra nella pineta. Cascate di roccia fusa si infrangono senza scrupolo su pini, faggi e tappeti di Ginepro, e non è che la parte emersa di un profondo mare. Penso all'universo brulicante tra le infinite pieghe di questo bosco, piccole creature addormentate in un letargo che non avrà fine. L'incandescente fiumana conquista terreno con scioltezza, ardono in pochi istanti fatiche secolari. Poi, un po' alla volta, comincia a non tenere più il passo. Sente la stanchezza per la distanza attraversata, la distanza resa ancora più pesante da quelle innate peculiarità che la rendono particolarmente viscosa (si vedono le misurazioni qui con le tute protettive). Metro dopo metro si riducono le energie necessarie al fronte lavico per avanzare, finché il totale esaurimento di ogni forza ne impietrisce l'azione. Allentata la morsa alle quote più basse, lassù in cima, l'Etna rilancia. Lo fa giocando di croma, si tinge di bianco, ed è di forte impatto quest'antico antagonismo termico, difficile convivenza fra cristalli così tanto diversi. È l'intensa attività parossistica dei crateri di Piano del Lago a tenere banco in questa fase, espressione di smisurata potenza e di rilevanti accumuli di energia ancora da smaltire, assai difficili da contenere».
Intanto si registra un nuovo terremoto e i suoi effetti: «Il 2 dicembre, una scossa di terremoto più decisa delle altre, provoca il crollo del corpo scala della scuola elementare di Macchia, una frazione di Giarre. Per buona sorte, otto minuti prima, un evento di magnitudo più bassa esorta insegnanti e alunni ad abbandonare rapidamente l'istituto. Tra rabbia e paura esplode la polemica sulla sicurezza degli edifici scolastici, col pensiero fisso a San Giuliano e ai suoi angeli (vengono mostrate le immagini di quel funerale)».
Sull'Etna intanto bisogna prevenire di nuovo qualche distruzione: «Rimane ben poco a cielo aperto di Torre del Filosofo, il rifugio a 2.900 metri di quota, che di Empedocle vuole ricordare la figura. La costruzione giace adesso sotto tonnellate di scorie, prima cernita dell'impressionante quantità di cenere che il vulcano continua a distribuire sulle sue falde. Intanto, crescenti volumi di magma trovano facili varchi ancora alla base del cratere di 2.750 metri, questa volta nel settore Sudorientale, già logorato da una precedente frattura effusiva da giorni inattiva. La colata si espande tra le lave solidificate di Piano del Lago. Poco prima del cambio di pendenza, tre flussi si dividono i compiti per versante, ma il più alimentato si avvia di nuovo in direzione del rifugio Sapienza. Rispetta tabelle di marcia e rotte già collaudate, si approssima all'obiettivo con grande determinazione. Nuovamente in campo, ruspe e inquietudini. Giunta a poche centinaia di metri dall'area turistica, l'impressionante massa lavica indugia ostile e altre sovrapposizioni arrivano dall'alto. Comincia la solita schermaglia dalla dinamica ormai ben nota, un'alternanza di pause e accelerazioni. Poi, l'azione risolutiva. Il fronte lavico va avanti deciso, un terrapieno tenta di ostacolarne la marcia, ma una sbavatura lo scavalca, punta dritto su due strutture ricettive. Un tramonto di fuoco mette un accento sinistro sul finire di un 16 dicembre già di suo drammatico. Alto, imponente, il muro di lava sovrasta il centro servizi, lo attacca alle spalle. Dopo averlo sfiancato, dà le ultime stoccate, poi l'affondo ed è un colpo mortale. Improvvisamente, due terrificanti esplosioni proiettano brandelli di terrore sul piazzale. Il bar-ristorante Esagonal arde. I primi chiarori danno la dimensione esatta dell'inspiegabile incidente, perché di incidente si è trattato. Si contano solamente feriti e danni alle cose, e non è davvero poco. La colata avanza ancora un po', moderata da barriere e fossati. Invade la strada provinciale, poco più avanti rallenta, si ferma, perde brillanza. Su, in alto, alla fonte, il magma scova altre vie d'uscita, alimentando nuovi flussi diretti a ponente, sottraendo pertanto vitali risorse alla colata che si allunga sul Sapienza».
Il filmato viene concluso con delle immagini di resoconto e di riflessione ancora una volta per il 'gioco delle parti' e chi documenta tali fenomeni:
«Passata, anche stavolta, è la tempesta. Impressionante la ciclicità dei vari fenomeni che hanno contraddistinto queste incursioni. Direi, se non suonasse irriverente, comportamenti quasi prevedibili. Alternando alti e bassi, l'Etna si avvia poco alla volta a una fase di stanca. Fa sempre meno notizie. Il vecchio anno si ritira, il nuovo entra a carico di neve. L'Etna, seppur a latitudini modeste, assume adesso atteggiamenti severi, a volte persino estremi. L'eruzione, ormai agli ultimi scampoli, resta privilegio di pochi. Momenti unici ed esclusivi, tanto da farmi spesso riflettere sull'opportunità di continuare a documentare le magie del vulcano, fortemente tentato come sono di tenerli invece gelosamente per me. Un'idea che accarezzo con crescente intensità e frequenza, mi scava dentro come fosse un tarlo. Il 27 gennaio, dopo tre mesi di vigolosa attività, l'eruzione mette i sigilli. Lascia sul campo inguaribili ferite e laceranti contraddizioni. L'evento eruttivo, nella sua globalità, delinea ormai da anni, con sempre maggiore evidenza, contorni che poco o niente hanno a che fare con la reale essenza di questa straordinaria montagna, conseguenza spesso di comportamenti eticamente poco apprezzabili e di un gioco delle parti che tenta, con oltranza, di relegare l'Etna a un ruolo di secondo piano. Una sorta di teatro in quota, dove sovente l'uomo assorge con arroganza ad attore principale, in nome e per conto di giusti fini e di interessi collettivi, scopi che spesso altro non sono che abiti di scena, portati anche male. Sotto, il più delle volte, si celano interessi privati, protagonismi, carriere, meschinità. Una realtà che, col passare del tempo, vivo sempre più con crescente disagio. Le vicende che hanno caratterizzato il nostro approccio con il vulcano in questi ultimi anni hanno messo in risalto, con estrema chiarezza, limiti e difetti della nostra cordata. Ma non è stato sufficiente. Abbiamo continuato a tirare, troppo, tutti, da ogni parte. La corda si è spezzata».
Per maggiori dettagli sui fenomeni e altri documenti relativi agli anni interessati si veda la raccolta "Etna 2002-2003", a partire dagli esempi di seguito....