Catastrophes of Southern Italy. Photogénie and Remediation of Natural Disasters
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Sciara

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ERUZIONI
Il film corto documentario in bianco e nero, porta nel sottotitolo il senso dell'opera: alla parola "Sciara" infatti si aggiunge "(La lava dell'Etna)". Il termine indica in modo popolare la lava raffreddata che si trova su tutto il territorio, comprese le aree interne delle città. Far leva sulla sua origine, come materiale lavico incandescente, è un modo per tornare a rivedere da dove essa nasce e le modalità con cui gli uomini intorno hanno cercato di farla propria, come segno di rinascita. Attraverso il commento parlato di Giampiero Pucci e l'elaborazione musicale di Virgilio Chiti il cortometraggio prende il via dalle rappresentazioni delle passate eruzioni attraverso dipinti e disegni dell'eruzione del 1669 e dei suoi effetti, che distrussero parte della città (sono riprese in dettaglio le varie fasi della stessa).
La voce fuori campo commenta, ricostruendo visivamente quei fatti: «L'Etna, monte nemico, è tuttavia troppo bello, troppo potente per non sentirne la maestà, un terrore e un'adorazione che si perdono nel mito, che sono ancora oggi mito, vecchie immagini di eruzioni memorabili, storia di secoli fa provata dal ricordo dei viventi. Ieri come oggi, a un tratto il gigante si infuria, la fiumana ardente traboccata dal cratere minaccia e sommerge paesi, qui ha raggiunto il mare a Catania, la città sette volte distrutta. L'Etna, Catania, la natura inconscia e gli uomini operosi, due termini di un confronto eterno, ma gli uomini nulla possono contro la lava, la natura ha vinto, bisogna fuggire, cercare scampo sulle navi, si porta in salvo quanto si può, ma prima di tutto la vita, per poter tornare».
«Ieri come oggi, cronaca che farà storia» prosegue la voce fuori campo. Le sequenze successive si spostano sulle riprese del 1950 con i camion che portano in salvo i beni dall'eruzione. Gli effetti sono ridotti – ricorda –grazie alle strade più agevoli, alla migliore organizzazione dell'opera di soccorso. Ma «la vicenda non muta, quando il vulcano entra in eruzione l'angoscia degli abitati torno torno sulle pendici è una sola: quali direzioni prenderà il flusso ardente, a chi toccherà?».
Le immagini qui si riferiscono all''eruzione avvenuta nel 1950.
I frame si focalizzano sua delle panoramiche dell'area sommitale in attività. La musica diventa quasi mitologica mentre la voice over ricorda: «Lassù dalle bocche eruttive l'idea del caos primigenio, il senso della materia bruta che serve per tornare a plasmarsi nel fronte della lava, ma non è che distruzione, implacabile, la lava non risparmia nulla che abbia radici nel terreno, il suo alito già brucia». Si susseguno immagini del fronte lavico che si raffredda con la conseguente caduta di agglomerati solidificatisi. In un caso sembra che il tremore della camera sia accentuato.
La condizione si quieta e le immagini tornano sulle panoramiche del vulcano: «solenne e bianco di neve, è ora un gigante placato con alla base tutta l'area nera caratterizzata dalla 'sciara', la lava raffreddatasi nel tempo su cui si stende una variegata rada vegetazione». Questa è ripresa in dettaglio. In dialetto siciliano – precisa la voce fuori campo – il termine adottato per indicarla ha un «nome che ha un suono strano, come di cosa ostile e spregevole, infatti porta questo squallore». Il montaggio passa a una ripresa con una casa costruita in mezzo alla pietra lavica che appare come un'«oasi nel deserto». In questo gioco di contrasti tra distruzione e rigenerazione, un fiore fra le pietre viene definito come l'«organo della fecondità trionfante». I frammenti successivi riprendono nuove panoramiche sull'area sommitale e la sciara sotto. La camera si muove in verticale e sposta il nostro punto di osservazione più giù fino a rivelare la presenza di uomini che lavorano in mezzo alla sciara per estrarla. Qui si apre una sorta di un'invocazione al vulcano: «Etna! a nome placato è impassibile. Guarda! Anche la tua lava serve, gli uomini sono più forti di te, giù giù dalle basse pendici fino al piano e alle soglie di Catania scavano nella tua materia, ne traggono pietre per costruire, vecchie o antichissime lave, ma ogni cava sembra mettere a nudo a distanza le viscere stesse del vulcano. Gli uomini sono più forti della durezza della pietra, fanno leva con le picche, i massi rotolanti ricordano la forma e la caduta della sciara ardente». Mentre il montaggio alternato ci mostra le operazioni che portano all'estrazione della sciara con delle cadute causate manualmente, la voce fuori campo ricorda: «Pericolo c'è ancora, a non ritrarsi in tempo nelle frane più paurose. Sono i cavatori a provocarle, quasi sempre senza bisogno di mine. È il mestiere che soccorre. Ecco la picca! Gratta sopra un'altra materia, è argilla cotta e indurita. E all'istante, come in antico dal fuoco della lava, forse il fondo di un torrente investito dalla colata è il caso di dire, la durissima sciara qui ha i piedi d'argilla, basta toglierle la base e...». Si ripetono le cadute per mostrare le conclusioni degli effetti.
Si osservano poi: i blocchi «docili alla mano dell'uomo», che vengono divisi con gli scalpelli e lavorati per i vari usi «dai più comuni ai più nobili»; le costruzioni e sculture come il 'liotru' (l'elefantino, simbolo della città che «doveva essere ben di lava per divenire a maggior diritto l'emblema della città»); le basole per le strade («una bella rivincita per i cittadini calpestare la sciara che fu nemica dei loro avi»); il pietrisco dagli scarti usati per le strade («anche per quelle dell'Etna»); il polverume di lava, azzolo, mescolato alla calce da costruzione ( che «le aggiungerà tenacia», come materiale edile). La sciara, riassume la voce fuori campo «antica e sempre presente, forza di distruzione nel vulcano implacabile, ma anch'essa ha contribuito al sorgere» di paesi, quartieri, case. Sono filmate nel frattempo nuove costruzioni dentro Catania. E il commento ricorda che essi sorgono «nel luogo dove erano stati abbattuti e distrutti. Dai paesi etnei ai nuovi quartieri di Catania, la natura seppure rompe talvolta in cataclismi paurosi, è lenta e solenne nelle sue trasformazioni. Ma gli uomini non conoscono riposo, forse perché la misura della vita è di troppo più breve in confronto al gigante, l'Etna. L'antica Sciara si ritrova fino alle soglie di Catania e la città non cessa di espandersi su di essa e col suo stesso aiuto. Una città come il più grande e multiforme agglomerato di uomini. Sette volte eruzioni e terremoti la distrussero, sette volte seppe risorgere a sfida dell'Etna». In realtà la città non è stata distrutta sette volte ma ci furono occasioni come l'eruzione del 1669, con cui si è aperto il filmato, che effettivamente portarono alla distruzione di una sua parte.
Fonte completa al link. Per una descrizione generale del fenomeno a cui si fa riferimento e i documenti correlati si veda la raccolta "Etna 1950", a partire dagli esempi di seguito....
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