Il documentario (vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino) ambientato a Lampedusa, pur trattando il tema dei migranti, mostra un mare invernale cupo e tempestoso, lontano dall'immagine turistica, che diventa barriera e pericolo mortale. Per "Fuocoammare" (2016) di Gianfranco Rosi, il legame con le mareggiate e le tempeste è fondamentale sia per il significato del titolo che per la struttura narrativa del documentario. Il termine "fuocoammare" è un'espressione gergale di Lampedusa. Come spiegato dal medico Pietro Bartolo nel film, gli abitanti la usano per indicare quando accade qualcosa di grave in mare, che si tratti di una violenta tempesta (mareggiata) o di una tragedia umana come un naufragio. La parola nasce dai racconti dei pescatori di Lampedusa durante la seconda guerra mondiale, quando le navi colpite in fiamme creavano un "fuoco in mare". Ma esso è diventato un mantra, ripreso anche durante i salvataggi in mare dei migranti, per esorcizzare la paura e il dolore di fronte a catastrofi che avvengono tra le onde.
Il film, che rientra all'interno della filmografia del cinema del reale per l'approccio narrativo con cui riprese dal vero, storie e vicende vengono messe in scena o montate, è costruito sull'alternanza tra la "quiete" della vita quotidiana sull'isola (rappresentata dal piccolo Samuele) e i soccorsi in mare che a volte avvengono in condizioni di mare inquieto. Le mareggiate rappresentano l'ostacolo naturale che rende i viaggi dei migranti ancora più letali, trasformando il mare da fonte di vita a luogo di morte. Rosi utilizza riprese della forza del mare e delle onde per creare un'atmosfera di attesa e minaccia, sottolineando come l'identità dei lampedusani sia forgiata dal loro essere popolo di mare....