Il film documentario di Giuliana Gamba, "Era scritto sul mare", non parla direttamente di "mareggiate" intese come fenomeni meteo, ma usa il mare e le sue difficoltà (presenti all'inizio del film) e le isole (in particolare Marettimo) per raccontare il legame e il loro portato metaforico con le storie di migrazione che dall'area si volsero verso l'America. Il mare diventa un elemento narrativo, simbolo di destino e cambiamento, legandosi all'idea di un percorso "scritto sul mare", come una storia scritta dalle onde (insieme ad altre condizioni). L'opera è costruita attraverso messe in scena e filmati d'archivio documentari.
A partire da questo concept, il documentario racconta l'isola di Marettimo e la storia dei suoi abitanti, una comunità di poche centinaia di persone. Siamo all'inizio del secolo scorso, quando molti uomini e donne lasciano l'isola, imbarcandosi da clandestini su bastimenti per emigrare verso gli Stati Uniti d'America. Sbarcati a New York trovano un'America in pieno fermento e i giovani marettimari si adattano a fare qualsiasi lavoro. Questa è solo la prima tappa della loro lunga odissea, come viene definita nelle note del film, che ha come vera meta la Baia di Monterrey in California, dove poterono esercitare la loro arte: la pesca. Raggiunto il benessere, gli uomini si spingono oltre. Con piccole barche a vela navigano fino all'Alaska, sfidando un mare a loro ignoto, per la pesca del salmone. Come ricorda la voce fuori campo all'inizio, collegando le attitudini al contesto di provenienza, incline alle difficoltà legate al mare: «i pescatori sanno che il mare può essere pericoloso come la tempesta ma non hanno mai trovato in questi pericoli una ragione sufficiente per rimanere a riva»....