Il film di finzione a colori è un film sperimentale girato anche per la televisione ma presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. L'opera, in tedesco, è quasi priva di dialoghi a parte un monologo (tradotto da noi dai sottotitoli in inglese). Ha al centro il trasferimento sull'Etna di un uomo, un professionista che lascia tutto e va a vivere in un capanno sul vulcano, un Empedocle contemporaneo che tenterà di raggiungere il cratere in attività, ma caduto e feritosi dovrà allontanarsi e tornare nella vita contemporanea.
Il film si apre con il viaggio d'arrivo sull'autostrada in cui il vulcano si intravede fuorifuoco sullo specchietto laterale dell'auto che lo accompagna. In una sosta si ferma presso l'"Etna Bar", segnale della diffusione della cultura legata al vulcano sul territorio fra modernità e ancestralità. Nella parte successiva, alla fine dell'itinerario, il protagonista osserva infatti la sciara e la parte sommitale dell'edificio vulcanico. Giunto ad alta quota, una anziana donna siciliana gli consegna le chiavi del 'rifugio'.
Vive in ritiro sotto il vulcano che al suo arrivo emette un boato con un'emissione sommitale. La sua vita si svolge fra pochi arredi, con pasti frugali, alcool, sigarette e un cane a fargli compagnia. Dalla finestra osserverà continuamente l'Etna, ripreso in soggettiva per il pubblico (che non si vedrà però realmente immerso nell'oscurità). Il protagonista sembra quasi un taciturno Empedocle contemporaneo. Tutta la prima parte del film è priva di monologhi o dialoghi. Tenterà solo una chiamata non ben nota verso la Germania, in cui risponde la segreteria di una donna.
Osservando il vulcano, in attività con il classico pennacchio fra una sequenza e l'altra da cui si odono anche i boati, in una notte dalla stessa finestra in cui si ode solo il rumore, reciterà un lungo monologo in un italiano imperfetto:
«Mi tenti ancora e sempre. Ritorni a me, o cattivo spirito, in quest'ora perché, amico, non lasci che io vada continuamente e mi irriti così che i tuoi sacri sentieri io segua. In collera... Non sapevo cosa mi agitava strano intorno agli occhi, il giorno. E splendide giungevano le grandi forme di questo mondo e gioiose. Il mio cuore dormiente, ingenuo in petto e udii spesso stupito le acque scorrere e vidi il sole fiorire e adesso accendersi il giorno acerbo della terra quieta. Allora in me fu il canto e il crepuscolo del cuore. Diventò chiaro nell'estro della preghiera quando i forestieri, i presenti, gli dei della natura nominavo per nome e a me in parola si scioglieva lo spirito. Beata immagine, l'enigma della vita. Così crebbi tranquillo e già altre cose erano in serbo. Giacché più potente dell'acqua mi percorse il tempo, l'onda degli uomini selvaggio e dal tumulto giunse al mio orecchio la voce del misero popolo. E quando t'accendo io nella stanza, ululo a mezzanotte la sommossa. Nei campi infuriò e stanca di vivere abbattè di sua mano la sua casa e i templi ormai abbandonati. Quando i fratelli si fuggivano i più cari scappavano via incontrandosi e il padre ignorava suo figlio, e né parola né legge umana più si comprendeva, rabbrividendo allora interpretai il distacco dal dio dal mio popolo. Io lo ascoltai e sollevai lo sguardo all'astro silenzioso da cui era sceso. Mi mossi a placarlo. Ancora molti bei giorni ci toccarono. La fine parve tornare. Giovinezza memore dell'età d'oro. L'onniconfidente del vigoroso splendido mattino da me uscì l'astio e il tremendo del popolo. E i nodi, saldi e liberi, stringemmo e invocammo con gli dei viventi. Ma quando la gratitudine del popolo mi incoronava, quando più vicina sempre era a me soltanto la sua anima a me veniva. Spesso mi accoravo perché quando una terra ha da perire alla fine lo spirito si sceglie. L'estremo grazie a cui risuona il suo canto del cigno ultimo e vita. Seppur lo presentii o li servii lì, è accaduto e ai mortali più non appartengo. O fine del mio tempo, o spirito che ci crescesti e che segreto nel chiaro giorno e nella nube regni. E tu o luce e tu o madre terra, io sono qui tranquillo che mi attende l'ora da tanto preparata e nuova. Ora non più in figura come un tempo fra mortali in corta gioia. Trovo il vivente, nella morte lo trovo e oggi stesso lo incontro giacché oggi è lì, il signore dei giorni prepara celebrazione e segno, una tempesta. A me e per sé. Ho conosciuto la pace qui intorno, conosci tu il silenzio del dio insonne. Qui attendilo e lì a noi a mezzanotte darà il compimento e se sei come dici del donante più familiare e unanime con lui, paga il tuo spirito esperto dei sentieri e vieni con me ora che troppo solitario si lagna il cuore della terra e memore dell'antica unità l'oscura madre apre alle terre il suo braccio di fuoco or che viene il signore nel suo raggio allora lo seguiamo in segno che gli siamo affini giù in sacre fiamme...».
Spostatosi sul letto, si addormenta pronunciando queste parole, mentre l'Etna all'alba continua la sua eruzione.
Nel corso dell'eruzione, esce e sale sul vulcano osservando le esplosioni fino a sera in solitudine.
Il confronto fra la sua silhouette al tramonto e la brillantezza dei lapilli segna un momento profondo di confronto. Sfiancato, cadrà durante la sua scalata, rotolando per metri sulla sciara.
Viene salvato da dei soccorritori alpini e viene portato in salvo attraverso la funivia. Qui, gli uomini del soccorso alpino si interrogheranno sulle origini e le motivazioni dell'uomo. Discutono in dialetto della mancata tragedia e della stranezza dell'uomo tedesco appena salvato. «Loro, la nostra montagna, la prendono per giocare», commenta uno di questi.
Il protagonista verrà trasportato in ambulanza a Catania e in questa discesa, come nella salita, continuerà a guardare fuori il vulcano in mezzo ai rumori della modernità della città. Il film si chiude con il protagonista, immerso nello stesso stordimento, presso la stazione ferroviaria di Catania....