Secondo un commento e una cronaca riportati in "Il cinema muto italiano. 1921. I film degli anni Venti" di Vittorio Martinelli («Bianco e Nero», n. 319), nel film la rappresentazione dell'eruzione del Vesuvio corrisponderebbe a una punizione scagliata contro la condotta dei protagonisti, che ignorano le «eterne leggi della natura e della morale». Emergono anche l'attenzione ai particolari sulle rovine di Pompei e qualche critica indirizzata ad alcuni passaggi della trama. Una chiromante predice il suicido della protagonista (una madre sedotta) nel finale. Non è chiaro il legame tra questo snodo narrativo e la rappresentazione della catastrofe, così come l'anno dell'eruzione di riferimento. Il film non è tratto dall'omonimo romanzo di Matilde Serao.
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